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30 settembre 2008

LORENZO A MANAHATTAN, IMPAZZA LA CRISI.

Non che io sia un grande esperto in economia. Ma due parole vanno spese su quello che sta succedendo negli USA in questi giorni. Partiamo dal piano di salvataggio del governo americano. Premessa, vi invito a leggere un post dell'amico Geffe che vi può essere di grande aiuto per inquadrare la questione. Detto questo, ci rendiamo conto che, se dovesse essere varato dal Congresso, si tratterebbe del più grande intervento pubblico della storia degli Stati Uniti? Nelle tasche di banche disastrate, di istituti sul lastrico e di investitori sciagurati finirebbero 700 miliardi di dollari pubblici, mica briciole. A mio avviso si tratta di una svolta quasi epocale. Non è altro che un segnale dello scricchiolio di un sistema fondato solo ed esclusivamente sull'azzardo e sul debito, quello del capitalismo finanziario. Siamo davanti alla possibile dimostrazione che il liberismo sfrenato, di cui gli Stati Uniti si sono sempre elevati a paladini, sia addirittura dannoso per l'economia globale. Poi magari vengo smentito nel giro di poco tempo, ma intanto l'impressione è che la regolazione di organismi statali sia necessaria al fine di garantire la stabilità dei processi. Intanto a pagare, come spesso accade, sono i risparmiatori medi (ci sono anch'io, nel mio piccolissimo), non di certo i grandi manager delle banche fallite che, come segnalato ieri al TG3, sono pronti ad incassare buone uscite da fare accapponare la pelle. Dovrebbero fare tutti come il finanziere londinese Kirk Stephenson. E inatanto negli States si è deciso di limitare l'azione delle banche d'affari, pressocchè sconosciute in Europa, fin troppo attive oltreoceano. Per intenderci, le banche d'affari sono istituti di credito che, a differenza delle banche commerciali, non permettono depositi ma offrono servizi di alto livello capitale e speculano su di essi con elevato rischio. Datemi del becero ma io ce l'ho sempre avuta a morte con la finanza.
Adesso rimane da capire
perchè il piano Paulson sia stato bocciato dal Parlamento americano. Come suggerito da Cisnetti de "Il Messaggero", per prima cosa Bush paga per l'impopolarità della sua amministrazione. In secondo luogo si è avuta l'impressione che il piano offrisse più fondi a Wall Street che ai contribuenti. Risultato: no secco. Certo è che questo dannato salvataggio deve poter compiersi, se no le ripercussioni sull'economia europea saranno disastrose. Già alcune banche del Regno Unito più altre sparse per il continente in questi giorni sono state tenute in piedi da stanziamenti statali straordinari, e l'Unione Europea ha dovuto chiudere un occhio al riguardo. Fortunatamente l'Italia soffre meno questa crisi perchè il suo capitalismo è più di tipo maniffaturiero che finanziario, indipercui i nostri istituti bancari sono meno soggetti alle oscillazioni borsistiche. Questo però non ci faccia abbassare la guardia, caro Tremonti.
Prima di salutarvi volevo riportare la tesi di un editorialista del Sole24Ore, Fabrizio Galimberti, il quale ritiene che la crisi in atto possa avere effetti pericolosi anche sul piano politico ed elettorale. Ne è un primo risultato la vittoria della destra nazionalista austriaca, espressione di una media borghesia stufa di burocratismo e globalizzazione. E tra poco si vota in Germania.

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